...via co' sti motorini, vvvia!!!

venerdì 18 giugno 2010

VIVA JOSE' SARAMAGO






di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/06/08/a-coisa-berlusconi/

Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo blog ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche qui questo testo. In futuro ce ne saranno sicuramente altri, visto che Berlusconi non rinuncerà a quello che è e a quello che fa. Né lo farò anch’io.

La Cosa Berlusconi

Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?

giovedì 17 giugno 2010

LETTERA DAL CARCERE






IO, FIGLIO DI BR, PAGO PER MIO PADRE E UN LIBRO di Manolo Morlacchi


Il 18 gennaio 2010 sono stato arrestato insieme al mio amico Costantino Virgilio. Ci accusano di far parte, cito dall'ordinanza: " (...) in un'associazione terroristica-eversiva costituita in una banda armata denominata 'per il comunismo Brigate Rosse', con vocazione marxista-leninista, proiettata a coagulare in sé tutti i comunisti combattenti impegnati sul terreno della lotta armata a livello di area europea mediterranea meridionale". Non mi sono mai preso troppo sul serio se, senza nemmeno accorgermene, stavo sovvertendo lo scacchiere geopolitico dell'Europa mediterranea. Non ci viene contestato alcun fatto specifico: rapine, attentati, possesso di armi o altro materiale illegale (...) Ciò che mi preme denunciare è lo scandalo della carcerazione preventiva che stiamo subendo, senza che ci sia stato addebitato alcun fatto concreto. (...)

Sette mesi prima del nostro arresto io e Costantino siamo stati prelevati dal nostro posto di lavoro da agenti della Digos e portati in questura. Perquisite le nostre case, le nostre auto, i nostri averi. Rilasciati a notte fonda, torniamo a casa con un avviso di garanzia e la qualifica di indagati, dopo che il giorno stesso erano stati eseguiti altri cinque arresti. Ci sono voluti altri sette mesi prima di ricevere una nuova visita della Digos, questa volta venuta ad arrestarci. Sull'ordinanza di arresto non ho trovato una sola nuova evidenza o riscontro che aggiornasse l'avviso di garanzia del giugno 2009. Ma se le accuse a nostro carico restavano le stesse, non altrettanto poteva dirsi delle nostre vite. La visita della Digos sul posto di lavoro portò al nostro rapido licenziamento. Ci trovammo così indagati, disoccupati e con dei bimbi piccoli da mantenere. Da settembre 2009 la ricerca di un nuovo impiego si fece affannosa, quotidiana, difficile. Verso dicembre ricevemmo le prime risposte positive, i primi colloqui e la prospettiva concreta di un nuovo lavoro. Il 18 gennaio spazza via tutto.

Il mio nome è troppo ghiotto; la notizia dell'arresto ottiene grande clamore mediatico, Manolo Morlacchi, figlio di Pietro, già militante Br negli anni '70, non può che avere la sovversione nel DNA. Anche il mio libro, che fino ad allora aveva avuto ben poco spazio sui media, gode in quei giorni di nuova e insperata pubblicità. "La fuga in avanti" rappresenta una delle ragioni per cui io mi trovo in galera. Nelle sue pagine racconto la storia della mia numerosa famiglia. Un storia che, muovendo dall'avvento del fascismo, racconta la progressiva presa di coscienza di dieci fratelli, la loro adesione alla Resistenza, alle lotte operaie degli anni '50 e '60, alle battaglie condotte nel PCI e, infine, l'adesione di alcuni di loro all'esperienza delle prime Brigate Rosse. Un libro irresponsabile, come ha scritto qualcuno in una delle rarissime recensioni. Un libro che non prende le distanze. Un libro che rivendica le vicende umane e politiche di una famiglia e dei miei genitori. Che "La fuga in avanti" mi avrebbe causato problemi l'avevo messo in conto; non al punto, però, da farmi finire in un'inchiesta sul terrorismo. E' stato un mio errore di valutazione, ma non avrei potuto fare diversamente:  quel libro andava scritto, e io ne sono orgoglioso. (...) Oggi il Riesame deciderà sulla nostra scarcerazione. Ci apprestiamo ad affrontare la tappa con due intenti: difendere la nostra identità di comunisti e tornare alla libertà con la stessa dignità di quando l'abbiamo perduta.

lunedì 14 giugno 2010

Dalla parte dei lavoratori






La crisi economica creata dalla finanza globale si sta "finalmente" espandendo sull'economia reale. Nel Paese della pizza e del mandolino, ma anche dei sindacati tra i più combattivi del mondo, si sta rimediando come al solito: facendo pagare i "buffi" a chi non c'entra niente con questa crisi.
Andiamo con ordine.
La crisi, come tutti i migliori analisti economici dicono da tempo, non è ciclica, ovvero un momento di bassa o bassissima crescita (e in alcuni casi di recessione), ma è una crisi di sistema. Sono già tornato altre volte sulla differenza enorme che c'è tra le due cose, ma è meglio ribadirla ancora una volta.
La crisi di sistema mette in discussione il modo di vivere fino ad ora imposto a tutti gli altri dalle classi dominanti. Parlo di modo di vivere imposto perché così realmente è. Non decidiamo veramente noi come vivere la nostra vita, ma siamo indotti da "messaggi" più o meno velati sul come viverla. Il modo di produrre e quale tipo di merci, è deciso dalle grandi multinazionali ed esse decidono per noi cosa ci occorre e in che quantità, rendendoci schiavi del salario per il solo obiettivo di poter accedere a quei beni.
Sono anni che sostengo di stare ben attenti a chiedere lavoro. Il padrone è ben lieto di dare il lavoro, ma alle sue condizioni e questo va ricordato e scritto a lettere di fuoco.
L'operaio deve smetterla di chiedere lavoro e iniziare a chiedere diritti. Il sistema produttivo capitalista non fa altro, da 300 anni ormai, che sfruttare la manodopera per creare profitto e accumulare capitale a scapito di chi realmente lavora. L'analisi lucida e insuperata che Marx fece nel Capitale ne è il miglior esempio.
Questa lunga premessa ci porta all'argomento di cui volevo parlare oggi: il ricatto in atto dalla FIAT con il suo "super manager" col golfino, agli operai e ai loro rappresentanti sindacali più accaniti, la FIOM CGIL.
Perché ricatto.
Le dichiarazioni rilasciate ieri da Marchionne "La FIOM gioca con 5 mila posti" non è nient'altro che un ricatto, ovvero, "o fate come diciamo noi o licenziamo tutti, anche quelli che hanno accettato il contratto", un modo abbastanza infame di cercare di isolare chi ancora (poco e male) cerca davvero di difendere gli operai. Non è la prima volta che viene usato questo modo (appunto, infame), specialmente da quando l'unità confederata è sempre più debole e soprattutto l'unione dei lavoratori è sempre più lontana, nonostante siano passati 162 anni da quel febbraio del 1848 in cui Marx e Engels gridarono "Proletari di tutti i Paesi unitevi".
Il che è alquanto strano, visto che ormai tutti i lavoratori, che siano essi metalmeccanici, tessitori, operai edili o garzoni di bottega, commesse di atelier, baristi, cassiere o operatori di call center, dovrebbero aver capito che quello che passa per prima nelle grandi aziende ricade a cascata su tutti gli altri. E' successo con gli operatori dell'Alitalia e se passa succederà man mano a tutti gli altri.
Mettere per iscritto su un contratto nazionale che chi sciopera (è uno dei punti più contestati) può anche essere licenziato, oppure che il lavoratore debba rinunciare alla sua pausa (in nome del dio produttività) non è solo aberrante eticamente (ci stia Marchionne 8 ore consecutive senza staccare mai gli occhi su una macchina che fa sempre lo stesso movimento e poi mi dica se ha bisogno di una pausa), ma rappresenta anche un passo indietro di oltre cento anni sulle conquiste fatte dai lavoratori (con battaglie asprissime e numerosi vite sacrificate), che una volta perse potranno (?) essere riconquistate solo con le medesime, essendo ben consci che la repressione da parte della polizia ora è molto più potente di quella dei primi del '900. Conviene stare zitti? Io penso di no e forse è davvero ora di fare qualcosa.