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mercoledì 29 settembre 2010

Alla fine tutti con le pezze al culo


Sarà l’Europa tedesca a imporci il rigore nei conti

OGGI A BRUXELLES IL VERTICE DECISIVO TRA MINISTRI ECONOMICI ALL’OMBRA DELLA DOPPIA CRISI DI IRLANDA E PORTOGALLO

LEGGE 231
MANAGER SEMPRE
PIÙ INTOCCABILI

di S u p e r b o nu s

D a mesi si scontrano due filosofie politiche ed
economiche, quella del rigore e quella del “tiriamo
a campare le cose si aggiusteranno da sole”.
Inutile ricordare a quale delle due si sia iscritto il
governo Berlusconi. Quando si tenta di tradurre in
regole comuni europee una delle due filosofie, lo
scontro diventa inevitabile.
Tanto da scuotere dalle fondamenta
la casa comune europea.
La Germania ha messo
nero su bianco, prima del
vertice di lunedì sera a Bruxelles
tra i ministri economici
che continua oggi, una lettera
nella quale richiama a misure
maggiori di austerità tutta Eurolandia
per evitare una “ellenizzazione”
del vecchio
continente. La Francia è rimasta
l’ultimo muro fra il governo
tedesco e le misure draconiane
da imporre a tutti i
Paesi membri. Il presidente Nicolas Sarkozy non
vuole varare una nuova Finanziaria lacrime e sangue
in prossimità delle elezioni presidenziali del
2012. E questo sembra un motivo sufficiente per
rompere l’asse franco-tedesco e iscrivere il governo
transalpino al partito del “tiriamo a campare”.
Ma i mercati internazionali hanno già decretato la
morte finanziaria di Irlanda e Portogallo, vendendo
massicciamente i titoli di Stato di
questi Paesi e portando i differenziali
di rendimento delle obbligazioni a
più lunga scadenza (spread) molto
al di sopra di quelle tedesche. In pratica,
se la Germania paga il 2,30 per
cento per finanziare il proprio debito
a 10 anni, l’Irlanda paga da oggi il
6,80 per cento. L’Irlanda, come il
Portogallo, probabilmente dovrà
chiedere aiuto al fondo di garanzia
europeo che dovrebbe garantire liquidità
agli Stati in difficoltà e rassicurare
gli altri. Dove troverà i soldi
questo fondo? È semplice: in nuovo
debito, cioè con emissioni obbligazionarie
garantite dagli Stati europei che non hanno
chiesto l’intervento del fondo. Man mano che altre
nazioni chiederanno aiuto, si ridurrà il numero dei
garanti, aumentando però contestualmente il debito
complessivo. Non è una barzelletta ma il regolamento
dell'EFS, il fondo costituito dai governi
europei all’indomani dell’esplosione della crisi greca,
secondo un meccanismo ispirato dal nostro direttore
generale del Tesoro Vittorio Grilli.
La Germania, l’Inghilterra e l’Olanda sono uscite dal
coro delle cicale e continuano a ricordare ai propri
partner il rischio di un debito eccessivo e di deficit al
di sopra della soglia del 3 per cento. Una delle
ipotesi sul tavolo è la richiesta ai Paesi più indebitati
di ridurre il debito di un ventesimo all'anno, con
meccanismi di blocco della spesa pubblica. I governi
virtuosi pagheranno un prezzo politico ed elettorale
enorme ma lasceranno ai loro successori Paesi capaci
di camminare sulle proprie gambe, con una
minore esposizione alle tempeste finanziarie e ai
rischi dell’economia globalizzata. La frattura fra le
due filosofie questa volta appare difficilmente sanabile:
l’accelerazione della crisi di Irlanda e Portogallo
pone l'Unione europea di fronte a una scelta
obbligata: rigore o rinvio. Nella strada del rigore non
c’è spazio per Paesi che continuano ad aumentare il
proprio indebitamento per vivere al di sopra delle
proprie possibilità, con un’enorme evasione fiscale e
continuano a incentivarla attraverso scudi e condoni.
Paesi come l'Italia, insomma. Lo scontro che si
è materializzato sul Patto di stabilità è uno scontro
per la sopravvivenza di uno stile di governo che è
antistorico rispetto alla situazione dei mercati finanziari
e dell’economia reale. L’avviso che proviene
dalla presidentessa di Confindustria Emma Marcegaglia
- “Stiamo perdendo la pazienza” - e gli
attacchi del suo predecessore Luca Cordero di Montezemolo
al governo non sono sfoghi estemporanei,
ma indice della consapevolezza diffusa nel mondo
imprenditoriale che i nuovi scenari in Europa e sui
mercati internazionali rischiano di mettere l’Italia in
un angolo e di farne la prossima vittima delle banche
internazionali.
I costanti richiami all’esempio tedesco da parte del
governatore della Banca d'Italia Mario Draghi e
degli imprenditori sembrano sempre più la richiesta
di cambiare rotta e cambiare filosofia di governo.
E quindi, inevitabilmente, cambiare leadership.

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